....Accadeva, il 2 aprile dell'annus horribilis 1978, che Prodi partecipasse, sulle colline bolognesi, ad una seduta spiritica, di concerto con 12 persone, nel tentativo di scoprire, con l'aiuto degli spiriti dell'aldilà, quale fosse il luogo in cui lo statista democristiano Aldo Moro era interrogato dagli aguzzini delle brigate rosse. Succedeva, poi, che le anime evocate nientemeno che di La Pira e don Sturzo indirizzassero il piattino verso le lettere che compongono la parola «Gradoli». E si dà il caso che Prodi, successivamente a tali esperimenti con cerchi, fogli e piattino, che non avrebbero nulla da invidiare alle competenze proprie di maghi, medium, occultisti e compagnia bella, abbia spifferato non direttamente e subito alle autorità competenti, ma ad un collaboratore di Benigno Zaccagnini, Umberto Cavina (area sinistra Dc), e che questi abbia girato siffatta informazione a Luigi Zanda Loi, addetto stampa del ministero dell'Interno, fino a far pervenire il tutto alla polizia.
Alla fine si apprese che il nome in questione, Gradoli, non era il paesino vicino a Viterbo (così come scaturito dalle prime segnalazioni, e dove vi furono le prime ricerche «inutili»), ma la via di Roma in cui i brigatisti rossi detenevano realmente Moro, ed in cui avevano il loro quartier generale, da cui fuggirono. Ma, ci si può chiedere, davvero sono andate così le cose? Davvero è stato il «gioco» della seduta spiritica a districare i nodi di uno dei casi più spinosi e controversi della storia politica della Repubblica italiana? Il problema grave in questione allora è il seguente: permarrebbe, a tutt'oggi, un inquietante alone di mistero in merito a chi possa essere stato invero a dare a Prodi l'indirizzo dei rapitori di Moro, ovvero in ordine a chi sia stato a sussurrargli il nome Gradoli. A tal proposito, v'è anche più d'uno che non ci sta a credere ciecamente al fatto che possano essere stati degli spiriti dell'aldilà a compiere la soffiata. C'è chi pensa che potrebbe, per converso, esservi anche stato qualcuno o qualcosa nell'aldiqua.
senza parole........
e poi.....
Contro i 120 libri, perlopiù dispregiativi, sul Cavaliere, la bibliografia su Romano Prodi è magrissima. «Non esistono in libreria - scrive Pandolfi - libri critici contro il Prof. o comunque si possono contare sulle dita di una mano. Ce n’è uno, del 2000, che ha vissuto una storia emblematica. Si intitola Prodeide, è stampato da una casa editrice che non c’è più, e l’ha curato Antonio Selvatici, un giornalista che oggi vende case». Ex giornalista, perché dopo la biografia non autorizzata di Prodi, «gli hanno fatto terra bruciata intorno».
Vent’anni fa era il manager pubblico più pagato d’Italia, con 201 milioni di lire di imponibile nel 1984. «E quando nel 1998 dichiarò: “In borsa guadagni poco etici”, nel frattempo possedeva un portafogli azionario di un miliardo e 219 milioni che col boom dell’epoca di Piazza Affari si rivalutò in quasi 3 miliardi».
Nel luglio 1993 fu sentito come testimone della vicenda Sme dal pm Antonio Di Pietro, oggi suo alleato. Di Pietro sbattè i pugni sul tavolo: «E i soldi alla Dc chi glieli dava? Lei era capo dell’Iri, possibile che non mi sappia riferire niente?. «Prodi terrorizzato - scrive Pandolfi - andò pare a chiedere conforto al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Qualche giorno dopo arrivò a più miti consigli anche il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli: guarda caso al successivo interrogatorio di Prodi, Di Pietro non era neanche più presente».
Nel 1981 Prodi fondò Nomisma, società di analisi e consulenza economica, «il capolavoro del sacro Romano impero». Attorno a Nomisma cresce una rete di incroci tra il Prodi consulente e il Prodi manager pubblico. Come nel 1992, quando viene nominato «garante per le conseguenze territoriali dell’Alta velocità» e tre mesi dopo le Fs chiesero proprio alla Nomisma di Prodi una relazione su tale impatto. Sintetizza perfettamente il giudice Francesco Paolo Casavola, che assolse Prodi per gli strani intrecci di Nomisma: «L’idea che le commesse siano state affidate perché a richiederle erano il presidente dell’Iri e il suo assistente alle società collegate è verosimile, ma non assume gli estremi di reato».
.... ricordare che Prodi figura tra i tre "saggi" (Prodi, De Rita, Susanna Agnelli), assoldati dalle Ferrovie dello Stato per impostare il lucroso affare della Tav (affare che poi passerà all'Istituto di studi e ricerche da lui fondato, Nomisma). Ed ancora oggi lo troviamo tra i più agguerriti assertori della Tav, in barba alla forte protesta delle masse delle zone interessate, come quelle della Val di Susa e ai balbettii di Bertinotti e Pecoraro Scanio.
A metà anni '80 Nomisma fu al centro di un'inchiesta giudiziaria e Prodi ricevette anche un avviso di garanzia.
Beh per par condicio























































